Spenti i riflettori sul circuito di Coppa del Mondo, giunge invece il momento clou dell’anno per i giovanissimi, impegnati nelle finali nazionali di quelle manifestazioni dedicate ai campioni di domani. Il Topolino, il Pinocchio sugli Sci, il GP giovanissimi, gli Italiani Children, lo Striker Sprint e l’Uovo d’Oro: questi gli appuntamenti focali, sebbene alcuni siano più istituzionali di altri e automaticamente rappresentino per molti atleti, allenatori e genitori, la “prova della verità” con tutta la pesantezza di aspettative che ne deriva. Proprio grazie alle mie origini romane, ho avuto la fortuna di non dovermi sottoporre all’estenuante “via crucis” delle molteplici selezioni provinciali e regionali, in quanto, unica rappresentante del mio territorio, spesso bypassavo quei noiosi step di qualifica e accedevo direttamente alle finali nazionali. Ricordo come fosse ieri che quelle gare per me e per la mia famiglia rappresentavano più una scommessa che una prova d’esame dato che, da neofiti dello sci, ci presentavamo a quegli appuntamenti con l’atteggiamento irriverente di chi ha ben poco da perdere. Infatti sarebbe stato più che giustificato soccombere allo strapotere delle avversarie del nord, nate con sci ai piedi e quando questo accadeva archiviavamo in fretta la delusione, focalizzandoci subito sulla successiva occasione con l’instancabile perseveranza di chi aspetta la giocata giusta consapevole di avere l’asso nella manica. Pura follia! Eppure quella leggerezza di spirito mi ha guidata tra bei e brutti risultati fino al mio sogno olimpico, preservandomi da quel perverso meccanismo dei “devo” che spesso intrappola potenziali campioni in uno sterile confronto con i risultati fini a se stessi. Eccomi allora, ad anni di distanza, presenziare nel ruolo di madrina a quelle stesse manifestazioni e constatare che poco in fondo e’ cambiato: chi affronta con disinvoltura la gara, non solo vive più serenamente questi eventi, interpretandoli si come dei momenti di confronto ma anche come occasioni di gioco ed incontro, ma soprattutto scampa indenne tutte quelle perverse dinamiche di “ansia da prestazione” che altrimenti attanagliano il cuore di quelli che restano focalizzati su interrogativi deleteri quali: batterò Tizio o Caio? E se invece perdessi? Come reagirebbero i miei, l’allenatore ecc..? … Lasciatemelo dire chiaramente: a qualsiasi livello queste domande sono una vera palude, peggio: sabbie mobili in cui più ti agiti più affondi!Trovarsi al cancelletto di partenza con questi presupposti è paragonabile al gareggiare sapendo che al traguardo qualcuno ci attende con una pistola puntata, pronto a far colpo in caso di  errore e sconfitta . Saremmo nervosi? Altro ché ! Questo è esattamente quello che accade nella testa di questi piccoli atleti quando il loro focus e quello di chi li circonda è diretto esclusivamente all’esito della gara, facendone una questione di vita o di morte , perdendo così la lungimiranza di una prospettiva a lungo termine e oltretutto compromettendo quella tranquillità mentale indispensabile per cogliere il risultato tanto desiderato. Credete che stia esagerando? La metafora del cecchino al traguardo  invece è molto pertinente in quanto, quando nell’immaginario di questi ragazzini in gara entra in gioco anche il proprio ego, vittoria e sconfitta acquisiscono la stessa valenza di vita/morte. Ecco che allora la mente corre oltre la linea del traguardo, focalizzandosi su tutto ciò che non è in grado di controllare, trascurando così aspetti determinanti come la tecnica e la strategia di gara. Mi ha confortata però constatare, in occasione del GP giovanissimi , quanti ragazzi, il giorno stesso della gara, mi abbiano chiesto di  fare una sciata insieme, magari cogliendo quell’occasione per testare i materiali del prossimo anno, sintomo inequivocabile di un approccio sereno all’imminente competizione e di un focus orientato ad orizzonti lontani. Quale modo migliore infatti per affrontare una gara se non quello di concentrarsi sul presente, su come si sta sciando, entrando così anche in sintonia con l’ambiente che ci circonda, facendocelo amico. A questo servono invero tutte le tecniche di training mentale usate dagli atleti di Coppa del Mondo: trovare l’ideale sinergia tra mente, corpo, neve e tracciato così da poter esprimere in gara il meglio del proprio potenziale. Quando gareggiavo avevo anche io un mio rituale, un insieme di gesti che compiuti metodicamente mi permettevano di esorcizzare le tensioni concentrandomi sul presente. Il giorno della  mia vittoria olimpica, ricordo distintamente che al momento della partenza mi tolsi il guanto per toccare quella neve aggressiva che poco mi piaceva così da farmela amica. Ogni atleta di alto livello impara per tentativi come trovare il suo approccio ideale alla prestazione e non per tutti vale la stessa regola ma questo potrà essere l’argomento di una prossima riflessione sull’affascinante dietro alle quinte del mondo “GARE”….

2 commenti

  1. Silvia Airaldi
    • Daniela Ceccarelli

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