Mag 17

SCI-ENTOLOGY!

Quando mi chiedono se abbia nostalgia della mia vita d’atleta, di quei ritmi , spesse volte frenetici e di quello stile di vita, rispondo senza esitare “nessun rimpianto, è una bellissima vita, quella dell’atleta professionista ma presto o tardi deve finire per far posto a tutto il resto”. Qualsiasi lavoro, anche il più impegnativo, non ti sequestra emotivamente quanto lo sport agonistico di alto livello. Ho tentato in tutti i modi di scardinare nelle  fondamenta questa tipologia di vita a senso unico, difatti sono stata una tra le prime atlete di Coppa a non rimandare il matrimonio al fine carriera, ne tanto meno l’esperienza della maternità, ma per quei miei affetti ai quali non ho voluto assolutamente rinunciare la mia presenza era ad allora qualcosa di difficilmente tangibile perché, le volte che mi ero lasciata finalmente gare ed allenamenti alle spalle, con la mente già m’ingegnavo per escogitare nuove tattiche o esercizi che avrebbero potuto aiutarmi a risolvere le mie lacune tecniche e migliorare le mie prestazioni. Ecco allora che nei momenti off ski, magari alle prese con il cambio dei pannolini, il mio pensiero era sempre rivolto al medesimo interrogativo: “Cosa mi manca per vincere?” D’altronde è fatto risaputo che il tempo di allenamento sugli sci che riusciamo a concretizzare in una intera giornata è veramente esiguo, al massimo 15 minuti effettivi di addestramento per un totale di cinque ore trascorse prevalentemente sugli impianti di risalita, o in  coda agli impianti, magari in attesa che questi aprano, quando anche il maltempo sembra accanirsi contro la programmazione pianificata due o tre mesi prima. Quindi ottimizzare quel poco tempo è un imprescindibile imperativo ma è abbastanza? Se paragoniamo lo sci ad altri sport come il tennis, l’atletica o il nuoto, la quantità di ore dedicata all’esercizio specifico è pressoché ridicola. Inoltre il gesto tecnico dello sci è tra i più complessi e, come recitano testi didattici, la ripetizione di quella azione motoria è la sola strada percorribile per automatizzarla. Ma quando sul campo si raccoglie molto ma non quanto basta allora ci si adopera per ricreare delle condizioni indoor o a secco che ci permettano di emulare quegli stessi movimenti. Nei miei anni d’oro avevo adottato una stravagante metodologia di allenamento insegnatami da un preparatore alquanto bizzarro e senza dubbio lontano dai canonici criteri di allenamento fisico mirati allo sci, eppure  trovai le sue intuizioni eccezionalmente mirate. Analizzammo insieme i punti deboli della mia sciata per ideare degli  esercizi che in modo analitico mi permettessero di ripetere infinite volte quel movimento specifico. L’aspetto fondamentale era quello che io, se pur chiusa in quattro mura di una palestra, con la testa stavo sciando  quindi rubando tempo prezioso alle mie avversarie impegnate nei tradizionali squat …  Partendo da quelle illuminazioni che mi permisero di entrar stabilmente nel gruppo delle migliori al mondo, sviluppai insieme a mio marito e al fisioterapista Maurizio Delfini dei simulatori che oltre a permettermi di  emulare l’azione di gara, ricreassero in modo artificiale, grazie all’utilizzo di pedane vibranti, le stesse vibrazioni e sollecitazioni che si subiscono sciando. Un aspetto poco conosciuto dell’ambiente di Coppa è la gelosia che ciascun atleta ha delle proprie metodiche vincenti, quindi spesso ci si sottopone a diverse sessioni di allenamento: quelle ufficiali svolte con il resto della squadra e quelle private, magari eseguite in qualche scantinato, lontano da occhi indiscreti.  Per quanto bravi possiamo essere  a celare i nostri segreti, nel mondo dello sci è pressoché impossibile non far trapelare nulla, troppi gli addetti ai lavori e prima o poi  gli avversari riescono a captare le metodiche usate dai più bravi e giuste o sbagliate che siano fanno subito moda. E’ il caso delle macchine eccentriche, dallo YO-YO alla Versa Pulley, introdotte  da austriaci e norvegesi per riprodurre quelle stesse forze alle quali si è sottoposti sciando. Io ebbi modo di vederne una durante un allenamento a secco della spagnola Ruiz Castillo e subito cercai , con l’aiuto di un amico produttore di materiali utilizzati dalla Nasa, di idearne una simile ma più versatile, che mi permettesse di allenarmi su quelle angolazioni solitamente impossibili da ricreare ed allenare a secco. I miglioramenti furono riscontrabili più in pista che nei test fisici e così ci scatenammo a svilupparne diverse varianti finalizzate alle diverse specialità: una con il volano e il cono più piccoli per i lavori di trasformazione e velocizzazione, altre enormi, difficilmente trasportabili ma utili per i lavori di forza specifici. Alla luce del poi, sono giunta alla conclusione che per noi sciatori nessun allenamento sia più specifico che sciare e che quindi alla fine contano i Km di pista che si hanno nelle gambe, senza però trascurare l’importanza di affrontare quelle sciate con un’ importante e imprescindibile preparazione atletica che ci salvaguardi dagli stress fisici e dai tanto scongiurati infortuni. Un altro aspetto non trascurabile dell’allenamento fisico è quello del sacrificio e della fatica, ingredienti preziosi per forgiare il carattere di un campione ed ogni mezzo può essere utile a patto che, anche in quei momenti off-ski, con l’immaginario si continui a sciare!

2 commenti

    • Daniela Ceccarelli

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