Abbiamo provato a rispondere alle seguenti domande poste dal magazine Sciare a noi allenatori, per capire se esista una corrispondenza tra i bisogni anche psicologici dell’atleta e le priorita’ degli allenatori:

 

Per l’allenatore:

– Di cosa ha bisogno il mio atleta?

  • Che cosa posso fare per aiutarlo?

 

A differenza del sondaggio riportato nell’ articolo, i nostri coach, soprattutto gli head coach, preferiscono la postazione in partenza, durante lo svolgimento delle gare, non solo al fine di guidare gli atleti nel fondamentale rituale di riscaldamento fisico e mentale, ma anche per monitorare gli umori, finalizzare la preparazione del materiale in base alle indicazioni degli altri allenatori in pista e soprattutto filtrare le informazioni radio spesso cariche di una componente emotiva, proprio dell’ allenatore in pista, che potrebbe sovraccaricare d’energia il nostro atleta oppure non essere abbastanza enfatica nel caso in cui questo fatichi ad attivarsi. Un percorso, quello psicologico, quindi quanto piu’ possibilmente finalizzato alle prorogative del nostro atleta pronto a partire.

Ovviamente sono contemplati dei momenti di riscaldamento condivisi, soprattutto nelle categorie pulcini ma gia’ con quei giovanissimi atleti cerchiamo di personalizzare la fase di preparazione che li accompagna nello stato di flow, quindi di massima sincronia tra fare e pensare (metofdo sfera di Giuseppe Vercelli).

Questa personalizzazione non varia solo nel contenuto, sussurrando le singole –parole chiave – (Key words) che richiamano il focus del nostro atleta a dei momenti di sua massima efficacia (in allenamento come in gare gia disputate), ma anche nella tempistica di attivazione, diversa per ciascun atleta ma che si puo’ sintetizzare in due macro categorie:

  • Quelli che hanno bisogno di prepararsi con il massimo margine di anticipo, anche due ore prima ( a questa categoria appartengono anche dei big del calibro di Hirscher e Vonn), curando tutti i particolari e puntando soprattutto sul riscaldamento fisico con una complessita’ di esercizi finalizzata anche a riprodurre le sensazioni tecniche che da li a poco l’ atleta provera’sul campo di gara.
  • Quelli che necessitano di attivarsi proprio in procinto della zona cancelletto, pochissimi minuti prima, 10/15 al massimo (a questa categoria si possono collocare altri campioni come Lara Gut o Giulia Mancuso che spesso ci hanno colpito per come sdrammatizzassero la gara fino a pochi minuti dal via, scherzando con gli addetti ai lavori e dissimulando al massimo il proprio coinvolgimento emotivo). Nonostante le apparenze, gli atelti assimilabili in questa categoria sono molto emotivi e occorre quindi gestirli in modo tale che non disperdano troppe energie nelle fasi di preparazione in cui entrano molto facilmente in uno stato di simulazione gara che, se troppo anticipato, crea le fatidiche gambe vuote al momento del via.

 

Naturalmente anche nelle fasi di ricognizione, dove spesso nelle categorie Pulcini ricorriamo all’ausilio del Whisper, per noi e’ necessario, pur essendo una prassi plenaria, personalizzare al massimo la visione globale della pista e del tracciato, eludendo un po’gli aspetti oggettivi e invece attingendo a quei punti di forza di ciascun atleta, ecco quindi che la medesima pista Giovanni Agnelli, ad esempio, sara’ presentata agli atleti più tecnici e “spigolini” come una gara impegnativa dove la differenza si fa sul muro, mentre a quelli piu’scorrevoli come una pista da affronatare in difensiva sul ripido per poi mettere la sesta sull’ultima gobba che immette in tutto il lunghissimo piano finale. Qale e’ la realta’dei fatti? A nostro parere solo quella che rende mentalmente più forti i nostri atleti, quindi quella che li porta in una loro area di confort e di efficacia.

 

A tal fine, cerchiamo sempre di organizzare un allenamento sulla pista di gara pochi giorni prima dell’evento oppure, quando questo non e’ possibile per motivi logistici, di ricreare la situazione gara su una pista dalle caratteristiche simili o perlomeno paragonabili, tipologia di neve inclusa.

 

Tra le nostre linee guida condivise tra gli allenatori del Golden, il proporre compiti sempre proporzionali alle capacita’ tecniche ed emotive acquisite fino a quel momento dall’atleta, quindi andare a mettere l’asticella ad una altezza che non sia eccessiva perche’altrimenti demoralizza, ne troppo bassa, altrimenti annoia, ma quanto meno ad una misura plausibile e stimolante.

Se riusciamo sempre in questo intento? Spesso ma purtroppo non sempre, soprattutto quelle volte in cui , facendoci fuorviare dalle aspettative di quei genitori pressanti, poniamo ai nostri atleti obiettivi troppo impegnativi, che creano quindi uno stato di stress e di ansia. Non facile da parte nostra intercettare l’errore perche’ spesse volte il bambino esibisce e ostenta una determinazione ed una sicurezza che di fatto altro non e’ che un comportamento atto a placare il desiderio di gloria del proprio genitore.

 

Quindi in quelle circostanze gli altarini saltano solo alla prima gara, dove l’ atleta spavaldo che conoscevi si trasforma, sotto lo sguardo critico del genitore che lo ha sovraccaricato di troppi –devi- , in un vero gatto di marmo, combattutto tra il dover vincere e il non sbagliare …

Anche in quelle circostanze, sebbene arriviamo tardi in termini di stagione agonistica, ci imponiamo di ricordare la prioritaria importanza della persona rispetto all’ atleta, confrontandoci immediatamente con il genitore e proponendogli un percorso psicologico finalizzato a mettere a punto, con il supporto tutoriale del dott. Giuseppe Vercelli , quelle strategie mentali che permettono ai figli di vivere piu’serenamente possibile l’ esperienza del confronto.

 

Un altro aspetto che stiamo scoprendo e avvalorando sempre piu’ e’quello del non esaltare ne mortificare, cercando di contenere la nostra affezione all’ atleta e quindi tutta la nostra istintiva passionalita’ ed enfasi, in quanto abbiamo appurato essere in ogni caso un boomerang. Quindi, nonostante gli atleti sentano il bisogno di essere emotivamente motivati, cercando un clima di amicizia e confidenza con il proprio allenatore, questo spesso induce noi allenatori ad esprimere opinioni e pareri sulla sua persona, e anche quando questi siano piu’che positivi sono in ogni caso relegati nella sfera delle aspettative ( io so che sei il più’ forte quindi mi aspetto che  tu vinca).

Un tranello in cui cerchiamo di non cadere piu’, anche rischiando di apparire agli occhi dell’ atleta troppo distaccati, quella distanza che prendiamo sul giudizio della persona permette invece all’ atleta di non sentirsi ingabbiato da quello che noi pensiamo di lui, quindi libero di sperimentare, di cerscere, di sbagliare e perché no, anche di perdere …

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